Alle masse omologate e che il tempo della stratificazione del definito, non trovi più uno spazio.

Inizio la mia sperimentazione poetica negli anni ’70, non ricordo il giorno, non ricordo dove, ricordo solo le parole, come rumore intenso che si muovevano nella mia testa, cercando di scappare dal dimenticato.

Lo sguardo della poesia, si era scatenato nella Neoavanguardia e il cambiamento era avvenuto per smascherare l’ideologia di massa, azzerando l’inzuppata comunicazione imbracata fra uniformità e memoria manganellata. E la poesia si era risvegliata penetrata dalla tensione irriverente e caustica verso l’intoccabile conformismo allo scopo di non sentire addosso il cappuccio del potere riavvolto nella lusinga ideologica.

In questo gioco di manipolazione linguistica osservatrice di due realtà, una interna e una esterna, a muso in giù ho scavato nell’acuità sensoriale di un non-senso, spazzando i vassalli simboli di un totem linguistico allo scopo di romperne la comoda latitanza. Ho localizzo le parole scorticandole dalla valenza logico-simbolica per caricarle di una espressività diversa da contrapporre ai significati bucati tutti dalla medesima equazione di necrofila traslazione.

Sempre vigile nel tempo minato di inconsistenza la mia poesia sposta il suo angolo peculiare su frequenze verbo-visive contaminate da graffiate sottrazioni sonore e cromatiche in un ingorgo urbano ricostruito dal linguaggio.

Nel consueto inquieto che non guarisce scelgo la Poesia

Si ha bisogno di poesia? Ma dove cercarla? Forse sulle pagine di un giornale o nelle piccole storie di uomini e donne nel solito incontrarsi dominato dalla noia?

Dove vanno a morire le parole? Forse nell’abisso immaginato di abitato eros o di titanico contrario che resiste al, non vero, a una condizione della storia dell’uomo, piegata, nel rappresentato tempo, vietato, all’esterno osservatore.

A quali pensieri si uniscono i segni che scavo nello strappo – attratto in questa corrente di suoni scivolosi sul confessato – sconfessato me… che suggerisce cosa?

Si ha bisogno di poesia?

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Muove la poetessa le parole nelle notturne cecità , mescolando il sogno ai colori assetati di

ingordi giorni e ritrovate memorie, nello stonato urbano -mondo per un transitorio canto

inappagato di operoso intreccio…

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